Una stagione dopo…
Oltre lo specchio, oltre il riflesso della maschera. Nel vuoto.
Ho terminato i miei giochi e ho piantato nuovi germogli. E nell’inalterabilità sono tornata immota.
E nell’immobilità sono tornata vuota. E in quel vuoto mi sono perduta.
Una stagione dopo.
Mi nutro di piccoli istanti. Raccolgo frammenti di sabbia. Conservo sguardi. Mi vesto di neve.
In punta di piedi su di un filo sospeso. Davanti a me un’altra scacchiera.
E colleziono… solo fantasie.
Ho indossato la mia maschera che sorride.
Mattone su mattone, ho creato un'illusione senza preavviso. Ingenuamente, ho seguito l'arcobaleno ed ho visto la pentola d'oro.
Poi mi sono fermata e ho visto una statua immobile allo specchio. Immobile e sorridente, nella sua maschera di plastica.
Nella sfavillante finzione che ho costruito attorno a me, manca l'ossigeno.
La mia tentazione in dieci mosse: scacco matto.
Scena prima: nascita
Dal nulla, scopro il germoglio di un frivolo desiderio.
Scena seconda: crescita
Occhi, mani, bocca, orecchie. Pelle che attraverso i pori si prende carico dell'espansione.
Scena terza: sogno
In me, dolci fantasticherie.
Scena quarta: consumazione
Mai esprimere un desiderio: presto o tardi, diviene realtà.
Scena quinta: speranza
Lo sguardo si annega solo in ciò che vuole vedere.
Scena sesta: decadenza
Piccole crepe, spaccature che disegnano una voragine.
Scena settima: la caduta dalla Grazia
La nebbia, dissolvendosi, rivela la scenografia del mio palco: polvere, muffa e rovi.
Scena ottava: autocommiserazione
Vittima di una cospirazione cosmica-astrale-mondiale? Vittima di ciò che io ho voluto.
Scena nona: risveglio
L'alba della vera comprensione.
Scena decima: decesso
Ed ecco che, oh mia tentazione, mi sono lasciata adescare. Ora solo un buco nello stomaco dove prima c'eri tu, mia agrodolce malia.
Nei freddi istanti in cui il tempo si ferma bisogna avere un veloce tempo di reazione.
Un battito di ciglia può durare un secolo, ed è l'anima che perde consistenza: diventa sempre più labile, eterea, si perde e si disperde.
Persi e dispersi tra pensieri e parole. Il non detto attanaglia e ciò che viene detto ci scalfisce il viso come una folata gelata.
E nuovi segni sul mio viso, quelli che non devo mai scordare di avere.
Nei freddi attimi in cui il tempo si ferma bisogna recitare al meglio. Reagire all'istante è tutto.
Ho rinchiuso le mie parole dentro un barattolo di vetro, di quelli che si usano per le conserve.
Ho fatto la scorta per affrontare l'inverno, il freddo, la pioggia.
Ho aperto gli occhi oggi, su un modo sfiorato dalla primavera: nell'aria l'odore delle novità, nelle orecchie la suadente vocina che stuzzica i miei passi, sulle labbra il sapore di ieri, sul petto il formicolio delle emozioni che si risvegliano.
Delicatamente, in preda a lievi vertigini ho aperto il barattolo di vetro...
Dentro il labirinto delle circostanze, vago tra gli intricati corridoi. Ho perso il filo che porta all’uscita, alla libertà. La libertà di restare in quiete.
E penso a
Indugio in quel sogno che mi ha lasciato stranita.
Shhh, dormi...
Se chiudo gli occhi riconosco il canto argentino del carillon.
Shhh, dormi...
Soffici danze si snodano… piccole pause e struggenti riprese.
Shhh, dormi...
Nel nodo che mi stringe la gola, sento ancora l’odore sulla pelle.
Shhh, dormi...
Leggere come bolle di sapone al vento, le frasi dette sotto una luce mattutina innaturale.
Shhh, dormi...
Lievi percosse all’anima quando mi rendo conto di svegliarmi...
Shhh, dormi.